I principi azzurri

Come tante altre coppie gay, anche io e Lubos ci siamo conosciuti su Internet. La speranza è sempre quella di trovare il proprio Prince Charming, il principe azzurro, anche se molto più facilmente, dopo qualche tempo in chat, si finisce a fare sesso per poi non rivedersi mai più.

Lui era passato sul mio profilo senza lasciare commenti, ma a me piaceva il sorriso di questo bell’omone e gli ho scritto. Dalla sua prima risposta ho capito che avevo di fronte a me qualcuno con dei valori, che sapeva far risuonare i miei e che si esprimeva in un italiano molto creativo ma comprensibilissimo, che sapeva farmi sorridere, ridere e pensare positivo. Lui mi ha poi confessato di essere andato a vedere quanto era distante Trieste da Passo Costalunga dove all’epoca viveva, per capire quanto stava rischiando: “più di 300 km… ok, possiamo parlare”. Decise di proseguire, visto che la distanza era sufficiente a impedire che questa conoscenza potesse creare dei problemi.


Lubos è nato in Slovacchia, durante il regime sovietico, ed è cresciuto senza neanche conoscere la parola omosessualità. Non esistevano gli omosessuali e tanto meno serviva un vocabolo che li classificasse. Aveva sempre imputato al suo essere astrologicamente Acquario un certo tipo di follia, l’essere fuori dai canoni, uno strano modo di amare gli uomini e le donne. Lo stesso pensava quando si accorse di essersi “innamorato” del suo professore di matematica: pensò che fosse per la materia in sé che gli piaceva tanto e che ciò fosse come un amore.

Così, come tanti suoi coetanei, a 18 anni era già sposato (era normale sposarsi entro i 25 per non pagare una maggiorazione delle tasse) e subito dopo in attesa del primo figlio, Filip. L’anno dopo arrivò Martina, e tutto tra Katarina e Lubos procedeva bene, ma Lubos capisce che la sua non è follia o stranezza, probabilmente è omosessuale. Per amore e rispetto di Katarina resiste e cerca di sopprimere la sua vera natura, ma dura poco, la curiosità è tanta. Inizia a sperimentare qualche incontro, ma vuole restare nella casa che hanno costruito, continuando a credere nel loro progetto di vita: è allora che nasce Veronika. E dopo poco Lubos si trova di fronte a un bivio: “Non voglio più fingere con le persone che amo e non mi restano che due possibilità: impiccarmi o fare coming out”.


Io, Corrado, ho vissuto una vita diversa. I miei genitori mi hanno fatto outing dopo aver frugato nel mio diario da tredicenne. Mi hanno prontamente chiesto se volevo andare da un medico (domanda che mi ha lasciato basito per lungo tempo) e poi è calato un silenzio lungo dieci anni, finché non ho portato a casa il primo vero fidanzato. I miei sono sempre stati accondiscendenti e gay-friendly, anche se i silenzi sono stati più importanti delle parole e la terza età ha scatenato tutta la loro avversità verso il mio essere dichiarato (“Ma questo feisbuk, chi può vederlo? Cioè quanti possono vedere quello che scrivi e come vivi? Ma a cosa serve? Ma non puoi farne a meno? Devono sapere tutti gli affari tuoi?).

Poi sono andato fino a Bolzano per uno stage di danza, e ho conosciuto Lubos: era per questo che mi ero spinto tanto lontano.

Un gigante con gli occhi profondi e taglienti, ma buoni. Era emozionatissimo e vestito con la camicia bianca e i pantaloni neri, come se fosse un pranzo informale tra manager. Io ero spavaldo, come sempre. Fuori.

Non ci siamo più lasciati.

Regalo dopo regalo, conquista dopo conquista, test dopo test (quanti gliene ho fatti, poveretto), sorpresa dopo sorpresa, promessa dopo promessa. Dopo 8 mesi Lubos si è trasferito a Trieste e abbiamo cominciato a convivere (per quanto tempo gli avevo detto: “No, ognuno a casa propria!”).


L’11 febbraio 2014 torno a casa e trovo lui insolitamente vestito e non con il pigiama flanelloso da ospizio, la tavola imbandita con un drappo di seta, una super cena e un pacchetto piccolo piccolo e per questo di sicuro preziosissimo. Mentre lo scarto sento la sua voce tuonare un: “Mi vuoi sposare?”

Sì, ho risposto. E dopo 4 minuti la notizia su Facebook raccoglieva 307 like e 174 commenti.

Una sola cosa alla volta sono capaci tutti a farla: noi possiamo e vogliamo di più. Così abbiamo anche iniziato a cercare una casa (“Se ci sposiamo, sarebbe bene che la smettessimo di pagare un affitto e costruissimo un minimo di patrimonio a tutela dei nostri ragazzi” disse quello che non voleva neanche convivere), a prenotare la vacanza per l’estate e ad organizzare la trasferta a New York, dove avremmo coronato il nostro sogno.

Già, New York, la capitale della libertà.

Il matrimonio di Corrado e Lubos a New York

È stato un viaggio magnifico. Non potendo pagare la trasferta per nessuno, oltre ai due figli maggiorenni, abbiamo solo comunicato ad alcuni amici che saremmo partiti il 9 gennaio 2015, per sposarci il 15 e che chiunque voleva unirsi sarebbe stato il benvenuto. Siamo partiti in 15, raggiunti poi a NY da altri 5 amici.

Abbiamo soggiornato in un appartamento di 200 mq, ricreando un clima da gita delle superiori che resterà a lungo impresso nei nostri cervelli e nei nostri cuori. Il penultimo giorno, dopo aver visto l’Ufficio Matrimoni di Manhattan, abbiamo deciso di imbarcarci sul Ferry per Staten Island in cerca di un luogo più romantico e meno caotico: siamo stati ascoltati. Il nostro è stato l’unico matrimonio di quel pomeriggio; abbiamo avuto tutto per noi un meraviglioso officiante nero, Edison Stewart, che con la sua voce tonante ci ha chiesto se capivamo l’inglese e cosa stavamo facendo.

Io l’ho capito veramente solo in quel momento mentre Edison mi chiedeva: Corrado do you take Lubos to be your spouse to live together in marriage? Do you promise to love him, comfort him, honor and keep him for better or worse, for richer or poorer, in sickness and health and forsaking all others, be faithful only to him so long as you both shall live? Lì ho capito che di Lubos avrei dovuto prendermi cura per legge, perché lo stavo giurando di fronte ai testimoni, di fronte ai miei amici, oltre che ad un ufficiale del City Clerk. I do, ho soffiato, quasi inascoltato, mentre mi si chiudeva la gola e mi si inumidiva un solo occhio… uno solo! Solo a me… Lubo piangeva…’sto piangiotto frignotto! E così ci siamo uniti in un matrimonio, finché morte non ci separi.

“Not in Italy”. Un gruppo di amici, famiglia d’elezione, segue Corrado e Lubos fino a New York dove coroneranno il loro sogno d’amore. (Il webdoc di Giordano Bianchi e Martina Marafatto, 14 min.)


Appena siamo tornati in Italia Miryam, il Capo di Gabinetto del sindaco di Trieste Roberto Cosolini, ci ha chiamati per sapere se eravamo sempre interessati a chiedere la trascrizione dell’atto. Ci abbiamo pensato ancora, ma ne avevamo già parlato: “Sì, Miryam, procediamo”. Siamo adulti, liberi, in una città dove la tolleranza è alta, abbiamo una vasta rete di amici e supporter, se non ci esponiamo noi per aiutare chi non può o non vuole esporsi?

In Italia, una coppia omosessuale è priva delle più elementari tutele. Non riconoscendo il legame, lo Stato italiano non riconosce nemmeno i diritti economici e patrimoniali di persone che hanno scelto di stare insieme per la vita, esattamente come le coppie di sesso diverso fanno da secoli. Questa tutela, al momento, è possibile solo se la coppia sceglie di aggirare la legge con una scrittura privata, ovvero un atto depositato da un notaio con cui viene indicato come sarà regolata la loro convivenza dal punto di vista patrimoniale e dell’assistenza reciproca. Le questioni ereditarie, invece, devono essere regolate con atti testamentari a parte: tutte difficoltà che le coppie eterosessuali non hanno. Chi si sposa — ed è eterosessuale — ha automaticamente accesso a tutte le tutele patrimoniali, assistenziali ed ereditarie regolate dal diritto di famiglia.

Lubos e io non eravamo interessati al matrimonio in quanto tale. Anzi. Io credo che sia un istituto piuttosto fallimentare, ma per riprodurre qualcosa di simile che ci tutelasse e ci consentisse di poter rispondere l’uno dell’altro avremmo dovuto stipulare 5 atti notarili per la modica cifra di 4.000 euro.

Con la stessa cifra che avremmo speso per gli atti notarili, ci siamo invece pagati una vacanza a New York e fatto una festa con 200 invitati. Matrimonio incluso.


L e nostre nozze in Italia non sono valide perché la costituzione non prevede l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Dopo la trascrizione dell’atto ci siamo goduti un momento di speranza, di pace, sapendo che sarebbe durato poco.

Il giorno dopo, il prefetto di Trieste, all’epoca Francesca Adelaide Garufi, ha annunciato che avrebbe provveduto a cancellare la trascrizione — seppur conscia che una sentenza del TAR del Lazio aveva già stabilito che il Prefetto non ha potere sull’Ufficiale dell’Anagrafe.

Le ho scritto, per chiederle di non procedere con l’annullamento, di rispettare la sentenza e riconoscere il nostro matrimonio oltre l’ipocrisia.

Non ho ricevuto risposta.


La trascrizione del nostro matrimonio fatta dal sindaco di Trieste Roberto Cosolini come atto provocatorio e di protesta è ancora iscritta all’Anagrafe di Trieste. Gli avvocati della Rete Lenford stanno lavorando anche per noi: a partire dalla prima trascrizione di Grosseto e via via fino a quelle più clamorose di Pisapia e Marino, stanno raccogliendo e perfezionando le memorie che andranno a depositare. Nel nostro caso ci hanno sostenuto da subito nella speranza che questo dibattito possa essere quello decisivo per la vittoria.

Lubos e io siamo e restiamo sposati.

Ci attiveremo affinché la pressione dell’Unione Europea, le moratorie e le contravvenzioni diventino sempre più incalzante contro le resistenze della politica e l’intromissione della Chiesa. Paghiamo le stesse tasse di tutti gli altri cittadini italiani, e vogliamo gli stessi diritti.

Se lo Stato riconosce i matrimoni contratti a New York dalle coppie eterosessuali, deve riconoscere anche il nostro.

Punto.